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San Francesco d'Assisi

Il saio da frate, i piedi scalzi, lo sguardo benevolo: ce lo immaginiamo così San Francesco, un uomo pio ma caparbio, che chiamava la morte “sorella” e abbracciava i lebbrosi, che era nato ricco e aveva dato tutto ai poveri, che parlava agli uccelli e domava i lupi. Poche figure religiose al mondo sono amate quanto San Francesco d’Assisi. Per molti rappresenta un esempio da seguire, un ritorno alla Chiesa delle origini, la fede più pura, l’amore fraterno tra gli uomini e l’armonia più totale con la natura. Ma gli abitanti della Valle Santa reatina hanno un motivo in più per sentirsi legati al santo: lo vedono quasi come uno di loro, un uomo che ha saputo apprezzare le bellezze dei loro paesaggi e ha avuto la pazienza di predicare alle genti rozze che abitavano allora da queste parti, capendole e amandole tanto quanto loro amavano lui.

 

Quando arrivò qui per la prima volta nel 1208, a Poggio Bustone, Francesco aveva 27 anni. Ne erano passati solo due dalla famosa “Rinuncia ai beni terreni” dipinta da Giotto, quando si era spogliato davanti a tutti e aveva ridato al padre i vestiti, simbolo di una vita che non sentiva più sua. Nato Giovanni di Pietro di Bernardone ma chiamato Francesco dal padre mercante in onore della Francia, da giovane era stato un ragazzo come tanti della sua estrazione sociale: trascorreva le giornate a divertirsi con gli amici e ad aiutare il padre al lavoro, sognando di combattere un giorno in una grande guerra. Quando provò a partecipare alla Quarta Crociata, però, si ammalò ed ebbe delle visioni che lo portarono a cambiare idea, dopo che aveva già sofferto la prigionia durante la guerra tra Assisi e Perugia. Per riprendersi dalla malattia passò del tempo in campagna, circondato dalla natura, e tutto questo contribuì a fargli riconsiderare il suo percorso di vita: non voleva essere più né artefice né testimone delle devastazioni fisiche e psicologiche causate dalla guerra, ma cercare piuttosto di costruire un mondo migliore affidandosi a Dio.

 

Iniziò allora a predicare nella campagna dell’Umbria, e sempre più gente si univa a lui. Arrivò presto ai borghi della conca reatina, un po’ a piedi, un po’ in barca, e amava starsene in piccoli eremi tra le montagne a pregare, quando non era tra la gente a parlar loro del Signore. A Poggio Bustone un angelo gli confermò che tutti i peccati di gioventù gli erano stati perdonati, e gli fu predetto che la sua missione di pace avrebbe avuto un larghissimo seguito. A Greccio divenne amico del governatore Giovanni Velita e, di ritorno da Betlemme, lo convinse a mettere in scena una rappresentazione della natività: quello fu il primo presepe della storia.

Fu a Fontecolombo, invece, che scrisse la Regola dell’Ordine poi approvata dal papa, e a La Foresta compose una parte del Cantico delle Creature mentre curava la sua malattia agli occhi e con un miracolo assicurò al sacerdote che lo ospitava il vino per quell’anno dopo che la sua vigna era stata saccheggiata. Poggio Bustone, Greccio, Fontecolombo e La Foresta sono i luoghi dei quattro santuari francescani della Valle Santa, eretti dopo la morte del santo. Un altro luogo che ricorda il passaggio del santo è il Faggio di San Francesco a Rivodutri, che ha una forma così strana che si dice si sia piegato per proteggere il santo durante un temporale; al Tempio Votivo sul Terminillo, invece, è conservata una sua reliquia.

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