Società feudale

della montagna

Il medioevo fu un'epoca di grandi progressi sociali, di conquiste di nuovi spazi e innovazione tecnologica. Non è l'immagine che ci hanno restituito il cinema e la letteratura romantica ma è quello che si può scoprire nelle montagne e nelle cittadine della grande rete europea del commercio della lana. La montagna è una conquista del medioevo, allora erano popolate molte aree che oggi sono inaccessibili per noi, lasciate al bosco e senza strade. Fu l'innovazione dei monaci cistercensi che permise la bonifica di molte aree paludose e la coltivazione in montagna, e fu la struttura della società feudale che assicurò la sopravvivenza di comunità sulle cime dei monti. Scoprite come era strutturata questa società feudale della montagna che vi svelerà un nuovo volto del medioevo.

Dopo le invasioni barbariche e la decadenza prima e caduta poi dell’Impero Romano d’Occidente, era necessario ristabilire in Italia un certo ordine sociale: dopo una breve parentesi con Odoacre e la successiva dinastia ostrogota, arrivarono quindi in Italia, e nel Reatino, i Longobardi. L’unione tra la società longobarda e quella latina è stata all’origine dell’Italia del Medioevo, prima del feudalesimo e poi delle Signorie come organizzazioni sociali. Infatti, quando nel 568 i Longobardi scesero in Italia dalla Germania, essi erano divisi in “fare”, famiglie molto numerose derivate dallo stesso capostipite, delle bande armate con il proprio capo militare. Il re Alboino aveva 35 condottieri, ognuno con la propria fara, la propria famiglia al seguito. Ogni fara ebbe diritto a delle terre, e ancora oggi tanti toponimi italiani ricordano questo passaggio. Le fare si impadronirono presto degli antichi fundi romani prendendo il posto dei signori di allora. Ne conseguì una mescolanza tra società longobarda e società romana, tra mondo tribale e schiavitù di tipo romano, dal momento che gli schiavi rimasero comunque a coltivare i medesimi campi agli ordini di un diverso padrone. Da questa fusione sarebbe nato il feudalesimo.

 

Il territorio longobardo era suddiviso in Ducati, ognuno dei quali conteneva più Gastaldati: il Gastaldato di Rieti e quello di Narnate (Leonessa) erano nel Ducato di Spoleto; si trattava, effettivamente, di centri amministrativi. I condottieri che combattevano al fianco del re germanico in caso di guerra, i duchi, erano legati a lui da un patto: dovevano al re fedeltà, abilità militare e prontezza a combattere, e in cambio chiedevano onori, protezione e una rendita economica dalla gestione delle province del reame. Tuttavia, il re veniva scelto dai duchi tra i duchi, trattandosi perciò dei cosiddetti “Pari”. Essi divenivano g(e)was, da cui deriva l’italiano “vassallo”, e avevano il compito di gestire i territori che erano stati affidati loro, cosa che poi iniziarono a fare anche con l’aiuto di wald g(e)was: i valvassori. Tuttavia, tale sistema non era perfetto, e i duchi di Spoleto e di Benevento riuscirono con il tempo a rendersi pressoché indipendenti dal Re longobardo di Pavia. Con Carlo Magno questo modo dei germanici di rapportarsi tra loro divenne invece la regola del Sacro Romano Impero. Nel corso degli anni il re-imperatore iniziò a non affidare più solamente delle terre, ma anche i castelli costruiti per difenderle, che diventarono proprietà ereditaria dei signori: ciò accadde anche nella Piana Reatina con l’investitura di Aldobrandino de’ Nobili a Signore di Labro da parte di Ottone I, che gli affidò 12 castelli nella valle e tutte le terre circostanti, tra cui Morro Reatino e l’attuale Colli sul Velino. È per questa ragione che molti nobili risiedevano in torri e castelli e vantavano nomi germanici.

 

Fino a quel momento erano state le campagne al centro dell’economia, piuttosto che le città, ma le invasioni nemiche e la straordinaria crescita demografica che si verificarono nel X-XI secolo ribaltarono la situazione. La popolazione scelse di affidarsi alla protezione offerta dai castelli dei nobili, creando i borghi incastellati; uno degli esempi più significativi è sicuramente quello di Contigliano, con il passaggio dalla pianura al castello in cima alla collina, ma lo stesso fenomeno si può riscontrare anche a Cantalice, Poggio Bustone, Greccio e Monte San Giovanni in Sabina. Ciononostante, la situazione mutò con l’arrivo dei Re Angiò di Napoli. Distruggendo Narnate, vecchio centro del Gastaldato longobardo, essi costruirono al suo posto Leonessa, una città commerciale. Le città si stavano trasformando nei luoghi in cui la vita pulsava e si faceva cultura; i nobili si annoiavano in campagna e decisero di trasferirsi, di rinnovarsi: nella provincia di Rieti l’esempio più lampante è proprio Leonessa, dove diventarono commercianti di tessuti e investirono in macchinari creando una sorta di industria del tessile pre-capitalistica.

 

Tuttavia, mentre nelle città del Regno di Napoli gli abitanti iniziavano ad autogestirsi e a divenire sempre più indipendenti dal potere centrale, la Chiesa rafforzò da un lato il proprio potere nelle città sotto il controllo papale - come la stessa Rieti, dove il papa venne addirittura ad abitare - dall’altro nelle campagne attraverso le grandi abbazie, come la splendida Abbazia di San Pastore, responsabili di vasti possedimenti feudali. Inoltre, la Chiesa riprese ad avvicinarsi alla gente comune, grazie all’avvento degli ordini mendicanti, che ebbero come conseguenza la costruzione di un sempre maggior numero di chiese, santuari e conventi. La Valle Santa ha mantenuto per molto tempo questo “habitat feudale”: fino a poco tempo fa i proprietari terrieri più grandi erano proprio la Chiesa e le grandi famiglie nobiliari di Rieti, e ancora oggi la valle è strutturata così, con una pletora di abbazie, conventi, casali, castelli e borghi fortificati tutti da scoprire.

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